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Celebrità
Gaudenzio Plaja
Brigante, nato il 30 novembre 1846, morto nel carcere di Palermo circa l'anno 1880. Fu a capo di una banda di masnadieri, detta dei "giulianesi", che scorrazzò nella Sicilia occidentale negli anni '70 dell'Ottocento, ossia nell'epoca d'oro del brigantaggio post-unitario, la cui valenza sociale è stata sottolineata in epoca recente da Hobsbawm e, tra gli studiosi siciliani, da Renda e Marino. Gaudenzio Plaja fu "allievo" del celebre Vincenzo Capraro di Sciacca (il bandito temuto persino dal delegato del governo piemontese Chevalley, in una memorabile pagina
del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) ed ebbe affiliati elementi dei vicini paesi di Contessa, Bisacquino, Chiusa, Burgio, Sambuca, Alessandra della Rocca e persino Castelvetrano e Monreale.
Da un anonimo cronista giudiziario del «Giornale di Sicilia» (1878) Gaudenzio Plaia viene descritto come "uomo di ferro, masnadiero di azione e di combattimento che non ebbe pari", mentre la banda di gìulianesi viene considerata "una banda democratica in cui la disciplina mancava e il comando facilmente passava dall'uno all'altro secondo l'indole delle scorrerie".
"Nonostante ciò, o forse per questo - scrive Marchese - essa fu l'ultima a sottomettersi al prefetto Malusardi, consegnandosi nelle mani del suo delegato Lucchesi". Il quartier generale della banda di Plaja era nel feudo di S. Maria del Bosco, ove i membri si nascondevano per sfuggire alla forza pubblica, Rapine fruttuose, assalti alle corriere postali ed estorsioni venivano celebrati da banchetti organizzati per "occasione, ai quali partecipavano anche le donne, "tutte ragazze allegre e dì buon umore", Spesso le brigantesse mostravano maggior coraggio dei loro uomini come nel caso di Peppa Calivà, amante di Plaja, che salvò il bandito dal suicidio, allorché i carabinieri, per "soffiata" di una ex amante di questi, circondarono la casa della Calivà, in una buia notte dell'anno 1873. Allorché Gaudenzio Plaja appoggiò alla tempia la canna del revolver, la coraggiosa Peppa gli disse: "E tu saresti un bandito? Tu sei un vigliacco, Cerchiamo di uscire da qui, oppure moriamo con le armi in pugno"."Dietro l'esortazione all'impavida donna, Gaudenzio e Peppa ingaggiarono una furiosa sparatoria con i carabinieri, e riuscirono a sfuggire all'accerchiamento, rifugiandosi sui morti vicini". (Correnti).
Del bandito giulianese, spesso accostato allo stereotipo Robin Hood, sopravvive in Giuliana il motto "Cu arrobba? Plaja", volendo significare che al pregiudicato per antonomasia venivano attribuiti furti di cui non era artefice.
Diana Cardona, marchesa di Giuliana
Appartenente ad una delle più cospicue famiglie titolate del regno di Sicilia, andò in sposa ad undella famiglia Gonzaga di Mantova, quel Vespasiano duca di Sabbioneta. Dopo il fallimento delle nozze "politiche" col cugino Cesare, figlio del viceré di Sicilia don Ferrante Gonzaga, è stata aldi un amaro "caso", che anticipa di ben quattro anni quello piùnoto della baronessa di Carini,di un uxoricidio per leso onore. Esso è stato consumato nel novembre 1559 nel palazzo ducaleSabbioneta, nel basso mantovano, e la sua notizia è rimasta sin'oggi confinata, dalla storiografia,padana, per una strana congiura del silenzio, che non l'ha fatta mai trapelare in Sicilia.
Idi questa tragedia padana sono almeno tre:Vespasiano Gonzaga (1531-1591). duca dila bella e gìovane moglie Diana Cardona. figlia di don Antonio Cardona e di donnade Luna, marchesa di Giuliana, contessa di Chiusa e baronessa di Burgio; il segretario diGiovanni Annibale Ranieri, presunto amante di quest'ultima, stando alle notizie tramandateci daicoevì.
Uomo d'ingegno, culturalmente tutt'altro che sprovveduto, Vespasìano Gonzaga fu animato, come gli autentici spiriti rinascimentali, anche da spìrito guerresco. partecipando a numerose battaglie. Il ritratto che di lui ne fa Ermanno Rea sembra tradire, nei tratti fisici, la diabolicità del personaggio. A partire appunto dall'uxoricidio, vero o presunto, della moglie Diana, che aveva sposata nel gennaio 1550, in una circostanza in verità poco chiara.
La vita di coppia iniziò davvero male, sia per la malattia tubercolare che colpì Vespasiano, sia per l'aborto spontaneo che interessò Diana, ma ancor più per la serie di separazioni tra i due coniugi per la guerra di Parma e i lunghi viaggi nelle Fiandre del duca di Sabbioneta. Diana tuttavia mal sopportava la lontananza dal marito, al punto da riversare i suoi affetti sul Ranieri, definito dai biografi "foioso quant'altri mai, che in lui intendevasi da tempo ed ora l'aveva tutta cosa sua". Ai primi d'ottobre del 1559 il Gonzaga ritorna a casa. dopo una lunga assenza di 14 mesi, ed ha la brutta sorpresa di trovare la moglie incinta per la seconda volta, il che fece scaturìre in lui la vendetta, che si consumò con lo sgozzamento del Ranieri e con l'avvelenamento di Diana, ad opera del fido Pierantonìo Messirotto (4 o 5 novembre 1559).
"Diana Cardona rimase tre giorni nella stanza, col cadavere del Ranieri", scrìve Renzo Dell'Ara. "Ogni tanto una voce le grida: Bevi! Parecchie volte accosta l'ampolla alle labbra. ma la ritrae. Se vuole riposarsi deve sdraiarsi sul pavimento, perché non c'è nemmeno una seggiola. Alla fine dei tre giorni, sfinita dal digiuno, dal lezzo del cadavere, si decise a bere. Era ancora in preda ai sussulti che la portarono via".
Giovanni Mauro
Cospiratore. Nato circa il 1670, esercitò il mestiere di cocchiere in Palermo, ove fu anche al servizio del principe della Cattolica, Giuseppe del Bosco. La sua cospirazione ai danni del viceré di Sicilia, cardinale Francesco Del Giudice, si inserisce nella temperie storico-politica della guerra di successione spagnola, durata ben 13 anni e conclusasi con la pace di Utrecht (11 aprile 1713), la quale, fra le altre clausole, stabiliva che Filippo V di Borbone, pur conservando la corona di Spagna e delle colonie, doveva rinunciare alla Francia, mentre la Sicilia, col titolo regio, passava a Vittorio Amedeo di Savoia.
Sebbene risparmiata dai disastri delle armi (uno dei massimi episodi fu "eroismo di Pietro Micca, 29-30 agosto 1706), la Sicilia fu tribolata da cospirazioni e supplizi, come il tentativo di rivolta del giulianese Giovanni Mauro. Questi, recatasi a Roma in cerca di miglior fortuna, riuscì con le sue millanterie a lusingare l'ambasciatore dì Leopoldo I imperatore, facendogli credere di essere in grado di poter fare rivoltare la Sicilia in suo favore.
Ricevute delle lettere commendatizie dall'ambasciatore, il Mauro ritornò a Palermo per ordire una trama ai danni del viceré, promettendo il viceregno di Sicilia al principe della Cattolica, ov'egli avesse aderito alla rivolta. Ma questi avvisò per tempo il viceré Del Giudice, il quale fece arrestare l'ingenuo cospiratore, condannandolo all'impiccagione nel piano della Marina (14 giugno 1703). Il cognome Mauro risulta estinto in Giuliana, tuttavia esso sussiste ancora come "agnome", il che sta ad indicare il suo percorso matrilineare.
Innocenzo Liuzzi
Medico omeopata, nato il 18 settembre 1799 da Francesco Paolo e da Anna Sanfilippo. Studiò medicina a Roma, ove fu "medico chirurgo in capo del corpo dei Bersaglieri pontifici col rango di aiutante capitano maggiore, membro del consiglio sanitario militare, socio residente dell'Accademia Tiberìna". Il Liuzzi fu uno dei pionieri in Italia della scienza di Hahnemann (basata sul principio simiJia similibus curantur), allacciando per tempo dei rapporti con gli omeopatici napoletani ed in particolare con Giuseppe Mauro, dal quale ricevette "incarico di curare i suoi pazienti quando questi lasciò Roma. Praticò oltre all'Omeopatia anchel'Allopatia (basata sull'aforisma ippocratico contraria contrariis curantur), ottenendo con la prima guarigioni notevoli come quella del cardinale Lambruschini, Segretario di Stato di Papa Gregorio XVII. A Roma il Liuzzi ebbe ad affrontare "emergenza colera del 1837, prima epidemia comparsa in Italia, proveniente dal delta del Gange, lasciando alcune pubblicazioni in materia, frutto delle sue personali osservazioni.
Nel 1831 pubblicò, tra l'altro, per i tipi di Salviucci in Roma, le Osservazioni sul colera morbus indianus fatte in Roma nell'estate dell'anno 1837, precedute dalla storia dell'invasione e da alcune rif1essioni sull'indole e sulla natura del detto morbo, ove riporta 17 casi clinici di colera curate con la canfora. Il Liuzzi scende in campo nel discorso medico del tempo, basato sull'opposizione contagioso-epidemico, optando per la tesi contagiosa del colera, specificando anche come "la parola contagio, derivante dal latino contagium, contatto, altro non significa che un morbo il quale si appicca, e passa da uno in un altro individuo, da uno in un altro luogo", e ciò ancor prima che venisse individuato, da parte di Robert Koch, il yibrio chalerae, o bacillo virgola. lnnocenzo Liuzzi morì a Roma nel 1867, mantenendo legami affettivi con la cittadina natale, se con suo testamento pubblico del 16 agosto lasciava la somma di mille scudi romani per l'erezione di un ospedale in Giuliana.